di Marco Martini.

Le molte anime di un campo politico senza più una sintesi
Come abbiamo visto nell’analisi dedicata alla sinistra, anche la destra politica contemporanea nasce, nella sua accezione moderna, dalla frattura prodotta dalla Rivoluzione francese, quando la disposizione dei gruppi politici nelle assemblee rivoluzionarie finisce per assumere un significato ideologico destinato a sopravvivere fino ai nostri giorni.
A sinistra sedevano coloro che ritenevano necessario trasformare in profondità l’ordinamento politico e sociale, fino alle posizioni più radicali espresse dai giacobini; a destra si collocavano invece coloro che volevano limitare la portata della trasformazione rivoluzionaria, procedere attraverso riforme graduali oppure, nelle posizioni più minoritarie e reazionarie, restaurare l’ordine sociale e politico precedente alla Rivoluzione.
È naturalmente una semplificazione, utile però per comprendere una caratteristica fondamentale della destra: a differenza della sinistra, che nel corso della propria storia ha avuto come elemento ricorrente l’idea della trasformazione, la destra ha sempre avuto come problema centrale quello del rapporto tra cambiamento e conservazione.
Il liberalismo e la nascita della destra moderna
Una delle grandi correnti confluite nel campo della destra è il liberalismo.
Il liberalismo nasce storicamente prima della Rivoluzione francese e non può essere considerato semplicemente una dottrina «di destra». La sua storia è infatti molto più complessa: nella tradizione liberale convivono la difesa della proprietà privata, del mercato e della libertà economica con la difesa delle libertà individuali, dei diritti civili e del costituzionalismo. Con lo sviluppo della società industriale, tuttavia, il liberalismo viene sempre più associato alla difesa dell’economia di mercato e della proprietà privata.
L’idea fondamentale è che lo Stato debba intervenire il meno possibile nei processi economici, limitandosi a garantire le condizioni giuridiche affinché gli individui possano produrre, commerciare, investire e scambiare liberamente beni e servizi.
È anche per questo che il liberalismo è stato storicamente legato alle classi proprietarie e imprenditoriali. La sua evoluzione, tuttavia, è stata molto più dinamica di quanto questa semplice definizione lasci intendere.
La pressione esercitata dal movimento operaio e dal socialismo ha progressivamente spinto le democrazie liberali ad ampliare il proprio perimetro sociale, introducendo suffragio universale, diritti sociali, sistemi previdenziali e forme di intervento pubblico nell’economia.
Il liberalismo contemporaneo è quindi molto diverso dal liberalismo ottocentesco.
Ed è proprio questa evoluzione a creare uno dei primi problemi della destra contemporanea: liberalismo economico e conservatorismo sociale non sono necessariamente la stessa cosa.
Il primo tende infatti a valorizzare il cambiamento prodotto dal mercato; il secondo tende invece a valorizzare la continuità delle istituzioni, delle comunità e delle tradizioni.
Il conservatorismo: cambiare per conservare
La seconda grande anima della destra è il conservatorismo.
In questo ambito il riferimento fondamentale è Edmund Burke, generalmente considerato uno dei padri del pensiero conservatore moderno. La sua posizione è particolarmente interessante perché non coincide con una semplice difesa dell’immobilismo.
Burke non sostiene che la società debba rimanere eternamente uguale a sé stessa; al contrario, riconosce che il cambiamento è inevitabile. Ciò che rifiuta è l’idea che una società possa essere rifondata integralmente sulla base di principi astratti, ignorando la storia, le consuetudini e le istituzioni che si sono sviluppate nel tempo.
Un concetto analogo si ritrova, in forme diverse, in Alexis de Tocqueville. Analizzando la Rivoluzione francese, Tocqueville mostrò come essa non fosse stata una frattura assoluta con il passato, ma avesse portato a compimento processi già presenti nell’Ancien Régime, fra cui la progressiva centralizzazione dello Stato.
Nel Novecento sarà poi Michael Oakeshott a definire il conservatorismo non tanto come un programma politico quanto come una disposizione dell’animo: preferire ciò che è conosciuto a ciò che è sconosciuto, ciò che è stato sperimentato a ciò che non lo è stato, il concreto all’astratto, il possibile al perfetto.
Il nazionalismo e la destra di massa
Nel corso dell’Ottocento compare poi un’altra componente destinata a diventare fondamentale: il nazionalismo.
La nascita dello Stato nazionale modifica profondamente la politica europea. La nazione diventa progressivamente una comunità politica, culturale e identitaria capace di mobilitare masse molto più vaste rispetto alle tradizionali élite liberali.
Nel Novecento alcune correnti della destra iniziano quindi a combinare nazionalismo, autoritarismo, critica del liberalismo e mobilitazione popolare, arrivando persino a incorporare diversi elementi del pensiero socialista. È in questo contesto che, tra gli altri, nascono il fascismo in Italia e il nazionalsocialismo in Germania, fautori di un totalitarismo ferocemente critico tanto verso il liberalismo quanto verso il marxismo.
La sconfitta militare del 1945 decretò la fine del nazi-fascismo come ideologia dominante, ma non cancellò automaticamente tutte le tradizioni politiche e culturali che vi avevano fatto riferimento. Nel dopoguerra nacquero così diverse forme di destra radicale e postfascista, spesso marginali elettoralmente ma capaci di conservare una propria netta identità politica.
La destra cattolica
Accanto a liberalismo, conservatorismo e nazionalismo esiste poi una quarta grande tradizione: quella cattolica.
La destra cattolica risulta essere particolarmente interessante perché non strizza l’occhio né al liberismo economico, né al nazionalismo radicale, né al socialismo, distinguendosi in questo dalla sinistra cattolica, più incline a compromessi con le forze di sinistra.
Il suo elemento centrale è piuttosto la difesa della famiglia, della comunità, della tradizione religiosa, della solidarietà sociale e di una concezione organica della società.
Essa si raccorda anche alla dottrina sociale della Chiesa, la quale presenta caratteristiche difficilmente riconducibili alla dicotomia liberismo-socialismo.
La proprietà privata viene riconosciuta, ma subordinata alla sua funzione sociale; il mercato viene accettato, ma non considerato sufficiente a garantire da solo il bene comune; la solidarietà viene affiancata al principio di sussidiarietà.
La destra cattolica ha quindi rappresentato una sorta di ponte fra conservatorismo culturale, economia sociale di mercato e politica popolare.
La destra italiana: un esperimento riuscito ma contraddittorio
L’Italia rappresenta forse uno degli esempi più interessanti di questa pluralità di visioni e di sensibilità politiche. Il caso della Lega, in particolare, è emblematico.
Nella sua prima fase, quella degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90, la Lega Nord non era affatto sovrapponibile alla destra nazionalista contemporanea: essa era innanzitutto un movimento autonomista e regionalista, con una forte componente anti-centralista e una retorica che poteva intercettare anche elementi estranei alla destra. Il suo padre fondatore, Umberto Bossi, fu d’altronde per molti anni un comunista militante.
Con il passare degli anni, tuttavia, la Lega ha progressivamente modificato il proprio profilo, spostandosi verso il populismo di destra, il sovranismo, la critica dell’immigrazione e dell’integrazione europea.
Nello stesso periodo storico, parallelamente, è emersa la figura di Silvio Berlusconi, capace di attuare con Forza Italia un’operazione di sintesi dal grande successo elettorale, nata dall’incontro fra liberalismo economico, populismo, conservatorismo sociale e cattolicesimo politico. Nei primi anni ‘90, segnati dal caos dovuto alle inchieste di Tangentopoli, Berlusconi svolge anche un’altra operazione di valenza storica: porta all’interno di una grande coalizione elettorale anche la destra postfascista.
Con l’ingresso di Alleanza Nazionale nelle coalizioni di centrodestra, infatti, gli eredi del Movimento Sociale Italiano vengono definitivamente inseriti nel sistema politico della Seconda Repubblica. Quella che per decenni era stata una realtà politica marginale diventa così una componente legittimata – e determinante – del campo conservatore italiano.
La grande coalizione delle destre
La destra italiana contemporanea, ancora espressione diretta nonostante vari scossoni di quella berlusconiana degli anni ‘90, non è quindi portatrice di una dottrina unica, è piuttosto una coalizione – più o meno stabile – di tradizioni diverse, non sempre in armonia tra di loro.
Al suo interno convivono, senza soluzione di continuità, il liberale che vuole meno Stato e più mercato, il conservatore che vuole preservare istituzioni e tradizioni, il cattolico che vuole difendere famiglia, comunità e identità religiosa; ma anche il sovranista che mette la sovranità nazionale al centro, il populista che contrappone il popolo alle élite, il liberista che considera il mercato il principale strumento di allocazione delle risorse.
E poi ancora, il conservatore sociale che vuole proteggere comunità e solidarietà dagli eccessi del mercato, la destra sociale che rivendica un ruolo forte dello Stato nell’economia, la destra radicale che considera identità nazionale, ordine e sicurezza valori prioritari.
Per molti anni queste differenze sono rimaste relativamente nascoste. Ciò è stato possibile per l’esistenza – oltre ai meri interessi elettorali – di un collante potentissimo: l’anticomunismo prima, l’anti sinistra poi.
Finché la sinistra marxista ha rappresentato il principale avversario ideologico, era relativamente facile per il liberale, il cattolico, il conservatore e il nazionalista sedersi allo stesso tavolo, ma dopo la fine del comunismo e l’imporsi della sinistra “liberal”, inserita nel sistema dell’alternanza liberal-democratico, questo collante si è progressivamente indebolito.
La contrapposizione con la sinistra avviene oggi soprattutto sul campo dei “diritti civili” (comunità LGBTQ, aborto, ecc.) e della gestione dell’immigrazione. Ma per molti elettori è sempre più difficile tracciare una linea di demarcazione netta tra i due poli, con differenze che spesso appaiono molto, troppo sfumate, al punto che alcuni critici di sinistra parlano della coesistenza di “due destre”.
Europa, sovranità e mercato
L’Unione Europea ha costruito gran parte della propria architettura economica attorno a mercato unico, concorrenza, libera circolazione dei capitali, disciplina fiscale e integrazione economica. Per perseguire tutti questi obiettivi, gli Stati membri sono stati soggetti a delle sostanziali limitazioni della propria sovranità economica.
Ed è su questo punto che il sovranismo entra in collisione con il liberalismo europeo.
La destra vuole contemporaneamente meno Stato nell’economia ma più sovranità nazionale, libera circolazione dei capitali e dei mercati, ma protezione delle imprese nazionali. Si tratta di esigenze contraddittorie, difficilmente conciliabili. Il terreno nel quale questa crisi di visione diventa ancora più evidente è probabilmente quello dell’immigrazione.
Il centrodestra contemporaneo ha costruito una parte importante della propria identità sulla promessa di ridurre l’immigrazione irregolare e rafforzare il controllo delle frontiere, ma contemporaneamente l’economia italiana presenta una forte domanda di lavoratori stranieri.
Il governo Meloni ha quindi introdotto una programmazione dei flussi di lavoratori non comunitari molto ampia: il decreto flussi 2023-2025 ha programmato complessivamente 452.000 ingressi legali per lavoro, 136.000 nel 2023, 151.000 nel 2024 e 165.000 nel 2025. Questa non è di per sé una contraddizione: immigrazione regolare e contrasto all’immigrazione irregolare possono tranquillamente coesistere in uno Stato con le idee chiare sul proprio avvenire.
La contraddizione nasce però quando una forza politica costruisce gran parte della sua identità sulla promessa di ridurre l’immigrazione e contemporaneamente deve riconoscere che il sistema economico italiano – costruito su modelli liberisti voluti dai propri “amici” – necessita di un consistente flusso di immigrazione legale. Ancora più dolente, per la destra, il fronte dei rimpatri degli irregolari, spesso rei di atti criminosi verso i cittadini italiani e gli altri immigrati (regolari).
Il problema italiano va letto dentro un quadro di difficoltà più generale, di dimensione europea. Emettere un ordine di allontanamento è molto più semplice che renderlo effettivo, perché entrano in gioco identificazione, disponibilità dei Paesi d’origine ad accettare i propri cittadini, accordi bilaterali, ricorsi giudiziari, capacità amministrativa e disponibilità dei centri. Da ciò discende una difficoltà strutturale dello Stato italiano e dei suoi “colleghi” europei nell’eseguire i rimpatri. Tuttavia, la contraddizione tra il dire e il fare rimane, e pesa sulla credibilità verso l’elettorato.
Vannacci e la ricerca di una nuova sintesi
È in questo contesto che il fenomeno Roberto Vannacci assume un significato politico che va oltre l’immagine pubblica del generale. La sua parabola è particolarmente interessante proprio perché intercetta diverse tensioni della destra contemporanea: identità nazionale, critica del progressismo culturale, ordine sociale, sicurezza, immigrazione, difesa della tradizione e sovranità.
Nel febbraio 2026 Vannacci ha lasciato la Lega e fondato Futuro Nazionale; oggi siede al Parlamento europeo nel gruppo «Europa delle Nazioni Sovrane», e i sondaggi lo vedono in rampa di lancio per le prossime elezioni politiche. Questo passaggio è particolarmente significativo, perché dimostra che la tensione interna alla destra non riguarda più soltanto la competizione fra correnti all’interno dei partiti tradizionali, ma può trasformarsi nella nascita di nuovi soggetti, con esiti anche piuttosto imprevedibili sul medio e lungo termine.
Vannacci tenta infatti di condensare in una proposta sintetica alcune delle istanze basilari che attraversano il campo della destra: liberalismo economico, difesa dell’ordine sociale, identità nazionale, critica dell’immigrazione irregolare, opposizione al progressismo culturale (specie quello woke) e una visione fortemente assertiva della sovranità, per quanto non di esplicita rottura con l’Unione Europea.
Il successo o l’insuccesso di tale operazione è naturalmente ancora da verificare, ma il fenomeno è significativo perché mostra che esiste uno spazio politico concreto per chi promette di ricomporre ciò che la destra tradizionale tiene insieme soprattutto attraverso compromessi elettorali, i quali possono aiutare a vincere le votazioni, ma non a convincere veramente gli elettori.