di Marco Martini

La politica viene comunemente interpretata come il confronto tra ideologie, partiti e programmi. Una diversa prospettiva consiste invece nel considerarla come la manifestazione storica di due atteggiamenti molto più profondi, radicati nella natura psicologica e sociale dell’essere umano: la tendenza alla conservazione e la tendenza alla trasformazione.
Queste due inclinazioni possono essere definite prepolitiche, poiché precedono le ideologie e continuano a manifestarsi anche quando le ideologie cambiano. Prima ancora di essere elettori, cittadini o militanti, gli individui sviluppano infatti un diverso rapporto con il cambiamento: alcuni tendono a privilegiare la stabilità, altri ricercano la trasformazione.
Una simile impostazione trova punti di contatto con numerosi studi della filosofia e della scienza politica. Edmund Burke interpretava la società come un organismo complesso, da modificare con prudenza; Karl Mannheim individuava nel conservatorismo una vera e propria struttura mentale oltre che una posizione politica; Norberto Bobbio distingueva destra e sinistra soprattutto in relazione al diverso modo di concepire l’uguaglianza; Jonathan Haidt, attraverso la psicologia morale, ha mostrato come gli orientamenti politici riflettano differenti sensibilità morali.
Pur nelle profonde differenze tra questi autori, tutti condividono implicitamente un’idea: la politica non nasce nel vuoto, ma rappresenta l’espressione di orientamenti antropologici e culturali più profondi.
La tendenza conservatrice privilegia il mantenimento dell’ordine esistente, della stabilità istituzionale e delle tradizioni consolidate. La tendenza rivoluzionaria, al contrario, mira alla sostituzione delle strutture considerate obsolete con nuove forme organizzative. È ciò che, in senso lato, può essere definito “distruzione creativa”: rompere un equilibrio per costruirne uno diverso.
Queste due inclinazioni si manifestano anche nella vita privata. Esistono fasi nelle quali un individuo ricerca sicurezza e continuità, e altre nelle quali avverte il bisogno di cambiare radicalmente lavoro, relazioni, ambiente o stile di vita. La politica costituisce semplicemente una delle espressioni collettive di questa dinamica.
Dopo la Rivoluzione francese la polarità assume una forma politica sempre più riconoscibile. La sinistra europea tende progressivamente a identificarsi con la funzione rivoluzionaria, mentre la destra assume prevalentemente quella conservatrice.
Nel corso dell’Ottocento la tendenza rivoluzionaria trova nel marxismo la propria principale elaborazione teorica. Marx interpreta il cambiamento sociale come il risultato di leggi storiche oggettive e costruisce una teoria complessiva della trasformazione della società.
Il marxismo si inserisce, almeno in parte, nella tradizione razionalista inaugurata dall’Illuminismo. La convinzione di fondo è che la ragione possa individuare le strutture profonde della società e sostituire progressivamente istituzioni considerate irrazionali, come i privilegi ereditari o il potere politico fondato sul diritto divino.
Con la crisi del comunismo e il crollo del “socialismo reale” in URSS e in Europa, la sinistra perde però il proprio principale riferimento teorico. Rimasta orfana dei genitori (Marx e Engels), essa non perde la propria vocazione trasformativa, che è connaturata alla sua esistenza.
L’energia rivoluzionaria si trasferisce già dagli anni ‘70 verso nuovi ambiti: diritti civili, ambientalismo, multiculturalismo, rivendicazioni identitarie, movimenti LGBTQ e, più generalmente, tutela delle “minoranze”.
Il cambiamento non viene più perseguito principalmente sul terreno economico, ma su quello culturale, secondo la linea inaugurata nel secondo dopoguerra dagli esponenti della Scuola di Francoforte.
Parallelamente muta anche la composizione dell’elettorato progressista. Le tradizionali classi operaie perdono progressivamente centralità, mentre assumono un peso crescente i ceti urbani istruiti, il mondo universitario, il settore dei servizi e gruppi sociali portatori di specifiche rivendicazioni civili.
Da questa trasformazione nasce quella che può essere definita una tensione interna del razionalismo progressista.
Se il razionalismo afferma di voler elaborare principi validi universalmente, diventa legittimo domandarsi se sia coerente costruire l’agenda politica privilegiando le esigenze di gruppi sociali necessariamente minoritari rispetto alla popolazione complessiva.
Una seconda tensione riguarda il rapporto con la religione, in particolare con quelle di importazione nell’Europa contemporanea.
Storicamente la sinistra europea ha promosso una progressiva secolarizzazione della società, criticando il ruolo delle autorità religiose nella vita pubblica. I più radicali non hanno esitato a definire la religione “oppio dei popoli”, utilizzando una (dibattuta) citazione di Marx per avvalorare l’idea dell’uso strumentale della sfera spirituale – considerata mera superstizione – da parte del potere politico.
Negli ultimi decenni, tuttavia, l’attenzione verso la tutela delle minoranze ha portato gran parte della sinistra a sviluppare un rapporto particolarmente prudente, per non dire ambiguo, con alcune comunità religiose.
È fondamentale evitare generalizzazioni: il mondo islamico è estremamente variegato e buona parte dei musulmani europei conduce una vita perfettamente compatibile con gli ordinamenti democratici.
Allo stesso tempo, è noto che alcune associazioni religiose di matrice islamica installatesi in Europa negli ultimi decenni hanno ricevuto cospicui finanziamenti da Paesi come il Qatar, promotori di interpretazioni dell’Islam particolarmente rigoriste e settarie.
In questi casi emerge una possibile contraddizione: una cultura politica che storicamente ha criticato il peso pubblico della religione si trova talvolta a difendere, o comunque a evitare di criticare con la stessa intensità, realtà religiose che mantengono posizioni fortemente conservatrici, quando non apertamente ostili, su temi quali il ruolo della donna, le libertà personali o l’omosessualità.
La questione assume un rilievo ancora maggiore nelle grandi aree urbane europee, dove pluralismo culturale, sicurezza, integrazione e diritti individuali possono entrare in tensione reciproca.
Non sorprende, in questo quadro, che alcuni studi elettorali abbiano evidenziato una crescente differenziazione del voto all’interno delle comunità LGBTQ, con una parte dell’elettorato che attribuisce crescente importanza ai temi della sicurezza, dell’integrazione e del contrasto all’integralismo religioso, con un inedito slittamento verso il campo conservatore.
Al di là della consistenza numerica del fenomeno, esso suggerisce come le tradizionali categorie di destra e sinistra stiano progressivamente lasciando spazio a nuove linee di frattura.
In questo scenario, la sinistra attuale appare come la parte più debole e destinata a soccombere di fronte alle proprie contraddizioni.
Una visione eccessivamente razionalista della società, imbevuta di un vago ottimismo positivista, fa a pugni con l’incombere sull’Europa di una visione sempre più radicale della sfera religiosa, sponsorizzata da ricchi e influenti soggetti esteri.
La religione, lungi da essere un fastidioso orpello del passato come avrebbero voluto certi comunisti e progressisti novecenteschi, è tutt’oggi un attore fondamentale all’interno della società, capace di spostare milioni di consensi e influenzare attivamente le tensioni correnti all’interno delle nostre comunità.
Affrontare questo tema in maniera oggettiva, senza cadere da un lato nel più bieco razzismo e nella generalizzazione, dall’altro nell’ingenuità e nella superficialità, è una delle sfide cruciali che ci attende e dalla quale, come cittadini consapevoli, non possiamo soprassedere.