di Marco Martini

La fase storica che stiamo attraversando presenta sorprendenti analogie con quella di fine Ottocento, quando Papa Leone XIII pubblicò l’enciclica Rerum Novarum per rispondere alla questione sociale generata dall’espansione del capitalismo industriale. Allora il conflitto tra capitale e lavoro, aggravato dallo sfruttamento delle masse operaie, impose una riflessione profonda sul ruolo dello Stato, dei corpi intermedi e delle associazioni professionali.

Oggi il paradigma produttivo sta cambiando nuovamente, non più per effetto della macchina a vapore ma dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. Queste tecnologie promettono aumenti straordinari di produttività, ma rischiano anche di espellere dal mercato del lavoro ampie fasce di popolazione, comprese professioni intellettuali e creative. 

Il caso di Fincantieri, che ha annunciato l’avvio di un processo di automazione a partire dal cantiere di Sestri Ponente a Genova, rappresenta solo uno dei segnali di una trasformazione più ampia e sistemica.

La questione centrale non è opporsi alla tecnologia in modo regressivo, ma governarla democraticamente. Come la Rerum Novarum non negò il capitalismo, bensì cercò di trasformarlo attraverso l’introduzione del principio di sussidiarietà e il rafforzamento dei corpi intermedi, così oggi occorre una democratizzazione dell’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale non può restare esclusivo strumento del grande capitale; deve diventare patrimonio condiviso, orientato al bene comune.

In questa prospettiva, il tema della sovranità torna centrale. La possibilità di indirizzare lo sviluppo economico e tecnologico è legata anche agli strumenti di politica economica di cui uno Stato dispone. Nel dibattito italiano ciò si intreccia con il ruolo della Banca Centrale Europea e con la questione della sovranità monetaria: senza il controllo pieno della moneta diventa più difficile, se non impossibile, finanziare politiche industriali autonome e strategie pubbliche di lungo periodo.

Ma accanto alla dimensione economica vi è anche quella istituzionale. Se l’obiettivo è recuperare sovranità popolare in una fase di trasformazioni profonde del lavoro, si può e si deve anche riflettere sulla struttura stessa del Parlamento italiano. La Costituzione prevede un bicameralismo perfetto, con Camera dei deputati e Senato della Repubblica dotati delle medesime funzioni. Questa configurazione, nel corso del tempo, è stata spesso messa  in discussione, senza però arrivare mai a una sua modifica.

Esiste tuttavia un altro organo costituzionale spesso poco valorizzato: il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL). L’articolo 99 della Costituzione italiana stabilisce che esso è organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie economiche e sociali e che ha iniziativa legislativa. Si tratta di uno dei pochi organi dello Stato dotati formalmente di tale prerogativa.

Alla luce delle grandi trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, si potrebbe ipotizzare una riforma che rafforzi e ridefinisca il ruolo del CNEL, attribuendogli una funzione più incisiva nell’architettura parlamentare. In una prospettiva di revisione del bicameralismo, esso potrebbe evolvere in una vera e propria “Camera del lavoro e della produzione”, rappresentativa delle categorie produttive, dell’industria, del commercio e delle professioni, eventualmente in sostituzione del Senato.

Una simile riforma avrebbe l’obiettivo di rendere strutturale il confronto tra istituzioni e mondo del lavoro proprio nel momento in cui l’intelligenza artificiale e l’automazione stanno ridefinendo i rapporti produttivi. Per certi versi, potrebbe intendersi come  un modo per tradurre in chiave contemporanea l’intuizione della Rerum Novarum: non lasciare che le grandi trasformazioni economiche si impongano senza mediazioni, ma costruire istituzioni capaci di governarle nell’interesse della collettività.

In definitiva, la sfida del XXI secolo non è fermare l’innovazione, ma restituirle una direzione politica e democratica. Come alla fine dell’Ottocento, anche oggi il nodo è lo stesso: assicurare che i mezzi di produzione – ieri le fabbriche, oggi i dati e gli algoritmi – non diventino strumenti di dominio, ma leve di emancipazione sociale.